
“Italia – Arriva puntualmente il momento in cui ci dividiamo. La corsia dei passaporti europei e l’altra. Se un attimo prima eravamo tutti uguali ora i nostri documenti hanno la meglio e decidono chi passerà senza controllo e chi no. Prendo il mio passaporto reale e passo.
Poi il bagno dell’aeroporto per mettermi le calze, tolgo dalle scarpe dei piedi che non sembrano miei, li osservo di un colore strano, sembravano normali sopra quintali di sabbia ma mi rendo conto solo ora di quanto il loro colore marrone stoni con il bianco luccicante delle piastrelle. E ancora il water senza doccino per lavarsi, fino a un attimo fa così normale per un musulmano, così casa, certo sì, qui di Islam neanche l’ombra.
E poi il mio vestito lungo, così mio, che però qui parla di un altrove eppure anche qui c’è un pezzo di casa autentico.
Al di là delle porte dell’aeroporto il freddo mi penetra nel corpo, sotto la pelle, e fa male come se non l’avessi mai sentito prima. A fatica raggiungo il mio letto: c’è un silenzio irreale, questa terra anziana sembra morta mentre di là il suono non accenna un momento a tacere e nella notte l’aria brulica di preghiere e attività e siamo sempre trentenni forti, operosi e guardiamo al futuro.” (i miei diari di viaggio)

Sette donne italiane delle quali una sono io, Abdoulaye, Bassirou 1 e Maguette sul versante Senegal e una quantità di figure intorno, comparse non meno importanti degli attori principali: i bambini, gli aiuto-accompagnatori come Galaye detto Galaxy o Serigne Fallou l’affascinante autista che vive a Ibiza, Bassirou 2 detto il Baye-fall, e i topolini (dinakh) che hanno avuto la malaugurata idea di farsi vedere nella notte vicino ai nostri letti e che hanno poi fatto una brutta fine.
Giorni di scoperta dove la dimensione privata e quella pubblica si sono intrecciate: due percorsi paralleli. La vita in famiglia, caratteristica fondamentale del viaggio, che costantemente ci ha insegnato nuove abitudini, preziosa quotidianità impossibile da assaporare in hotel. I pasti a terra, i tempi lunghi, di una lunghezza viva, intensa, fatta di andare a comprare il pane per la colazione, lo zucchero, la menta per il thè. Fatta di Maguette che prepara il caffé per tutti e di pause per la preghiera. Fatta di notti e di giorni da imparare da capo, dove ogni linguaggio, dalla parola al gesto, sono comprensibili solo dopo un periodo di osservazione partecipata e senza giudizio.

E poi la vita pubblica, ovvero tutto l’universo al di fuori della grande casa, le visite ai siti turistici, l’Isola di Gorée e il racconto degli schiavi, Dakar, la città santa di Touba e le domande allo Cheikh, le isole di Saloum, i villaggi, il mercato durante la tempesta di sabbia che ci ha regalato l’appellativo di Toubab Sérèr ovvero di donne bianche forti come la popolazione dei Sérèr! La frustrazione di non poter mantenere un programma se le condizioni meteo non lo permettono, che si trasforma in una relazione più sana con il mondo intorno a noi, dove da centrali, diveniamo uguali agli altri elementi della natura. Suoni, colori, domande, tante da parte del gruppo, alle quali non si può dare risposta immediata e che hanno solo bisogno del passare dei giorni, dell’esperienza sul campo per trovare, forse, una risposta che abbia un senso diverso per ognuno, secondo la sua storia.

“Italia- il mio corpo si è spostato ma solo il corpo fisico, tutto il resto ha bisogno di tempo. I pensieri in doppia lingua, gli orari dei pasti che non vanno d’accordo con il mio stomaco. Non mi devo inchinare se offro un bicchiere d’acqua lo so bene, eppure le mie gambe cercano automaticamente di farlo. Sento dei clacson in lontananza, tiro un sospiro di sollievo, allora c’è movimento, qualcuno là fuori tra la nebbia esiste ed è subito sabbia davanti ai miei occhi, caldo e traffico disordinato che sembra non avere alcuna regola eppure ce l’ha. Il primo che si infila passa e come per miracolo gli altri lo lasciano passare, si vede che tra loro si capiscono e anche i clacson hanno un che di bonario come a dire, strombazzo solo perché per questo sono stato creato!” (i miei diari di viaggio).
Ogni volta che decido di partire con un gruppo accuratamente scelto so che non potrò sottrarmi nemmeno io al lavoro di crescita e di integrazione che l’incontro con il Senegal mi obbliga a fare. Sarà ancora una volta mettersi a nudo. E’ sempre un comprendere qualcosa in più di me stessa attraverso questa terra così meritevole di pace, così operosa, viva, ingenua e contemporaneamente furba, serena e disperata, ricchissima e poverissima.
Un viaggio del genere non lascia certezze, piuttosto apre il cuore e la mente all’ignoto, a nuovi percorsi, crea domande più che risposte, arricchisce lo sguardo e ci unisce nell’unico posto dove siamo tutti uguali, fragili e vitali, nella nostra preziosa umanità.
Per mischiare, incontrare, amare.
“Dans la foret c’est à dire Allaba, j’ai vu un singe qui s’appelle Golo Gui, il me regarde c’est à dire mu mai khol, ah ah ah dama re be beuga deh”
“Nella foresta e cioè Allaba, ho visto una scimmia che si chiama Golo Gui, lei mi guarda ovvero mu mai khol, ah ah ah rido fino a rimanere senza fiato!”
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