
Monologo di narrazione interpretato da Alice Bettinelli
Ideazione soggetto e ricerche: Mita Bolzoni Drammaturgia: Alice Bettinelli
Regia: Alice Bettinelli e Mita Bolzoni
Sulla scena una cantastorie apparentemente innocua e una sedia che, tuttavia, da semplice oggetto tipico del teatro di narrazione, si trasforma nel mezzo con il quale la donna evoca un mondo di cui non solo è portavoce, ma vera e propria incarnazione.
Attraverso storie, rievocazioni, canti antichi e incantamenti, narrazione gestuale e rituale, il corpo dell’attrice si trasforma via via in un corpo antico, senza età, che richiama letteralmente in vita una tragedia realmente accaduta e perpetrata sul corpo femminile, destinata a ripetersi ciclicamente, perché chiama in causa l’essenza più profonda che accomuna ogni donna passata sulla terra. Una storia che inizia da molto lontano, ma che forse non è ancora finita oggi.
Nel lungo lasso di tempo che va dal 1300 al 1600, con episodi che arrivano addirittura fino a metà 800, migliaia di donne furono infatti condannate e mandate al rogo come streghe dal Tribunale ecclesiastico dell’Inquisizione, ma spesso anche dalle autorità civili. I castelli di accuse approfittavano di confessioni sommariamente estorte grazie a torture. Questa persecuzione si accanì in particolare contro le popolazioni montane, colpendo ferocemente anche i territori del nord Italia, con numerosi casi documentati.
Ed erano tutte, o quasi, donne: del resto erano loro, nelle comunità arcaiche, che curavano i malati, determinavano i tempi della festa, del piacere, della vita e della morte, amministravano il rapporto con gli spiriti dei cari estinti, qualche volta prevedevano il futuro (se era un futuro da leggersi nei cicli naturali della vita) conoscevano tutte le temibili proprietà di potenti erbe terapeutiche ma talvolta anche allucinogene, e non di rado iniziavano le rivolte contro il potere costituito.
Tutto questo non poteva che finire per essere bollato di satanismo, in un momento in cui la misoginia era una visione della società considerata più che normale, e da qui la nascita di trattati di demonologia, basati su stereotipi e false credenze, come ad esempio il Malleus Maleficarum, che ebbe 34 edizioni e venne stampato in più di 35 mila copie.
E così questa civiltà montana di radice arcaica e precristiana, legata al culto della Grande Madre e che resisteva all’assimilazione da parte della religione ufficiale, fu demonizzata e distrutta da Chiesa e Stato: il “progresso” di cui questi si proclamavano detentori, purtroppo, è stato fondato sullo sterminio. In una psicosi collettiva durata trecento anni, le streghe hanno finito con il pagare tutte le colpe possibili, ma soprattutto quella di essere donne. Solo nella provincia di Como: Beltramina di Asso, torturata e uccisa senza processo nel 1577 per sortilegio, Margarita de Sacho, condannata nel 1493 per heretica pravitate, Domenica Battilana di Lezzeno, condannata per aver fatto la riverenza al diavolo,
Paola di Borgovico di Como, condannata al rogo nel 1579 per essere andata al giovedì al barilozzo, altrimenti detto il sabba delle streghe; Giovannina Tapano, al rogo per aver fatto l’amore con il diavolo; Caterina Rosa, condannata per aver denunciato altre streghe; Angelina di Villincino di Erba, condannata per aver calpestato la croce; Giovannina da Mossa, al rogo per aver fatto il cerchio in terra; Maddalena di Lezzeno, condannata per aver portato altri al barilozzo, e molte altre ancora, tutte ree confesse sotto tortura, di apostasia, di appartenere alla setta delle streghe, di aver evocato il demonio dopo aver tracciato il cerchio in terra, di avergli sacrificato animali, di aver fatto l’amore col diavolo, di aver calpestato la croce, di aver offerto bambini al diavolo… di aver cavalcato l’aria, come Ottavia Bono, di Dongo.
Condanna per “eccesso di libertà”, quest’ultima?

Ciò che lega queste donne arcaiche, e ormai archetipiche, alle donne di oggi è un destino comune: le accuse che colpivano guaritrici, ostetriche, accompagnatrici dei morenti, ma anche donne semplicemente troppo belle, ragazzine, vedove, o portatrici di qualche diversità o qualità “pericolosa”, hanno sempre avuto in comune la paura che il potere femminile potesse sfuggire al controllo dell’uomo e per questo motivo, risultare una minaccia.
Ancora oggi allora assistiamo ad una sorta di caccia alle streghe, ogni volta che lasciamo che siano gli istinti e i pregiudizi a condannare una donna, fino a spingersi alla sua eliminazione fisica.
La nostra raccontatrice di storie popolari si svela quindi essere l’antica madre di queste donne, ma anche di tutte le donne di oggi, comprese quelle presenti in sala, tra il pubblico.
Lo spettacolo è andato in scena il 27 novembre 2018 e l’8 marzo 2019 nel comasco e nel lecchese, sotto forma di anteprima, ed è attualmente giocato nell’arco di un’ora circa, in cui l’attrice viene a trasformarsi sotto gli occhi del pubblico da semplice raccontatrice a figura ancestrale e senza tempo, coinvolgendolo in un cerchio intorno a un ideale fuoco e cercando di accorciare il più possibile la distanza con chi guarda e ascolta in un racconto ora lieve, ora straziato, ora furibondo, che diventa un vero e proprio rito per l’implacabile necessità di ricordare, tenere in vita e avvisare: il tempo passa e va, un secondo , un minuto, un’ora, la sua corsa continua ancora… Quale donna morirà ora?