Senegal: spunti di viaggio

Italia – Arriva puntualmente il momento in cui ci dividiamo. La corsia dei passaporti europei e l’altra. Se un attimo prima eravamo tutti uguali ora i nostri documenti hanno la meglio e decidono chi passerà senza controllo e chi no. Prendo il mio passaporto reale e passo.

Poi il bagno dell’aeroporto per mettermi le calze, tolgo dalle scarpe dei piedi che non sembrano miei, li osservo di un colore strano, sembravano normali sopra quintali di sabbia ma mi rendo conto solo ora di quanto il loro colore marrone stoni con il bianco luccicante delle piastrelle. E ancora il water senza doccino per lavarsi, fino a un attimo fa così normale per un musulmano, così casa, certo sì, qui di Islam neanche l’ombra.

E poi il mio vestito lungo, così mio, che però qui parla di un altrove eppure anche qui c’è un pezzo di casa autentico.

Al di là delle porte dell’aeroporto il freddo mi penetra nel corpo, sotto la pelle, e fa male come se non l’avessi mai sentito prima. A fatica raggiungo il mio letto: c’è un silenzio irreale, questa terra anziana sembra morta mentre di là il suono non accenna un momento a tacere e nella notte l’aria brulica di preghiere e attività e siamo sempre trentenni forti, operosi e guardiamo al futuro.” (i miei diari di viaggio)

Sette donne italiane delle quali una sono io, Abdoulaye, Bassirou 1 e Maguette sul versante Senegal e una quantità di figure intorno, comparse non meno importanti degli attori principali: i bambini, gli aiuto-accompagnatori come Galaye detto Galaxy o Serigne Fallou l’affascinante autista che vive a Ibiza, Bassirou 2 detto il Baye-fall, e i topolini (dinakh) che hanno avuto la malaugurata idea di farsi vedere nella notte vicino ai nostri letti e che hanno poi fatto una brutta fine.

Giorni di scoperta dove la dimensione privata e quella pubblica si sono intrecciate: due percorsi paralleli. La vita in famiglia, caratteristica fondamentale del viaggio, che costantemente ci ha insegnato nuove abitudini, preziosa quotidianità impossibile da assaporare in hotel. I pasti a terra, i tempi lunghi, di una lunghezza viva, intensa, fatta di andare a comprare il pane per la colazione, lo zucchero, la menta per il thè. Fatta di Maguette che prepara il caffé per tutti e di pause per la preghiera. Fatta di notti e di giorni da imparare da capo, dove ogni linguaggio, dalla parola al gesto, sono comprensibili solo dopo un periodo di osservazione partecipata e senza giudizio.

E poi la vita pubblica, ovvero tutto l’universo al di fuori della grande casa, le visite ai siti turistici, l’Isola di Gorée e il racconto degli schiavi, Dakar, la città santa di Touba e le domande allo Cheikh, le isole di Saloum, i villaggi, il mercato durante la tempesta di sabbia che ci ha regalato l’appellativo di Toubab Sérèr ovvero di donne bianche forti come la popolazione dei Sérèr! La frustrazione di non poter mantenere un programma se le condizioni meteo non lo permettono, che si trasforma in una relazione più sana con il mondo intorno a noi, dove da centrali, diveniamo uguali agli altri elementi della natura. Suoni, colori, domande, tante da parte del gruppo, alle quali non si può dare risposta immediata e che hanno solo bisogno del passare dei giorni, dell’esperienza sul campo per trovare, forse, una risposta che abbia un senso diverso per ognuno, secondo la sua storia.

“Italia- il mio corpo si è spostato ma solo il corpo fisico, tutto il resto ha bisogno di tempo. I pensieri in doppia lingua, gli orari dei pasti che non vanno d’accordo con il mio stomaco. Non mi devo inchinare se offro un bicchiere d’acqua lo so bene, eppure le mie gambe cercano automaticamente di farlo. Sento dei clacson in lontananza, tiro un sospiro di sollievo, allora c’è movimento, qualcuno là fuori tra la nebbia esiste ed è subito sabbia davanti ai miei occhi, caldo e traffico disordinato che sembra non avere alcuna regola eppure ce l’ha. Il primo che si infila passa e come per miracolo gli altri lo lasciano passare, si vede che tra loro si capiscono e anche i clacson hanno un che di bonario come a dire, strombazzo solo perché per questo sono stato creato!” (i miei diari di viaggio).

Ogni volta che decido di partire con un gruppo accuratamente scelto so che non potrò sottrarmi nemmeno io al lavoro di crescita e di integrazione che l’incontro con il Senegal mi obbliga a fare. Sarà ancora una volta mettersi a nudo. E’ sempre un comprendere qualcosa in più di me stessa attraverso questa terra così meritevole di pace, così operosa, viva, ingenua e contemporaneamente furba, serena e disperata, ricchissima e poverissima.

Un viaggio del genere non lascia certezze, piuttosto apre il cuore e la mente all’ignoto, a nuovi percorsi, crea domande più che risposte, arricchisce lo sguardo e ci unisce nell’unico posto dove siamo tutti uguali, fragili e vitali, nella nostra preziosa umanità.

Per mischiare, incontrare, amare.

“Dans la foret c’est à dire Allaba, j’ai vu un singe qui s’appelle Golo Gui, il me regarde c’est à dire mu mai khol, ah ah ah dama re be beuga deh”

“Nella foresta e cioè Allaba, ho visto una scimmia che si chiama Golo Gui, lei mi guarda ovvero mu mai khol, ah ah ah rido fino a rimanere senza fiato!”

Ti presento il mio Podcast!

Come vi avevo anticipato, oggi è nato il mio podcast sulla lettura espressiva, “Pratiche teatrali per tutti”.

Per otto settimane tutti i sabato mattina alle dieci potremo condividere una pillolina relativa ad un aspetto della lettura. Grazie a tutti quelli che mi seguiranno, permettendo al mio podcast di vivere.

Ecco qui il link del primo audio, basterà copiare e incollare questo link per entrare in Spotify e trovare poi uno per uno, man mano che usciranno, gli altri appuntamenti! Buon ascolto.

Il teatro è per tutti?

e ancora: ma cosa sara’ mai! questo spettacolo è un lavoro di un’oretta!

Si può apprendere un’arte solo nelle botteghe di coloro che con quella si guadagnano la vita. (Samuel Butler)

Prima di tutto…ne è passato di tempo dall’ultimo articolo! C’è una frase che mi gira in testa (un bonus a chi scopre la fonte purché non sia un mio compagno di studi, altrimenti non vale!) che dice: “le azioni valgono secondo le conclusioni”. Questo pensiero nasconde un insegnamento profondissimo e ci cura dalla malattia del lasciare le nostre azioni a metà, che poi piano piano si spengono, muoiono, ed è come non fossero mai esistite, e non ce ne faremo mai niente di quell’intenzione inconclusa. Ed io non sono sparita, mi sono solo presa dei tempi un pochino più lunghi per studiare e aggiungere al mio bagaglio uno studio approfondito sul Respiro e il Canto, un corso di Studi Islamici e un corso di Laurea in Comunicazione Interculturale alla Statale di Torino! Percorsi di studio che se in apparenza sembrano diversi sono in realtà per me profondamente interconnessi.

Da questo tempo di “maturazione” (nella vita di un artista ce ne sono tanti e dovrebbero essere riconosciuti socialmente come parte attiva del lavoro) eccomi ritornare con la domanda che ci accompagnerà, con diverse sfumature, nei prossimi mesi :

il Teatro è per tutti? Quali sono le caratteristiche necessarie per poter sviluppare uno sguardo artistico e creativo? E ancora, dove si ispira, qual è il luogo in cui un artista impara? E quanto impegna un lavoro artistico?

Domande super vive e importanti per tutti gli aspiranti artisti la cui risposta, che per me è molto chiara, si ottiene mettendo bene in ordine i tanti pezzi di puzzle che compongono la nostra vita. E per fare questo vi propongo di cominciare seminando questa domanda nel vostro cuore.

Il mio primo passo per guidarvi nella scoperta è stato registrare un Podcast formato da dieci mini appuntamenti che presto sarà ascoltabile su Spotify! Il podcast non sarà l’unica via, mi piacerebbe provare ad usare mezzi diversi per raggiungervi dato che l’arte è un’esperienza multisensoriale e che ognuno di noi, in base alle sue caratteristiche, preferisce canali diversi di fruizione.

Il contenuto del Podcast:

Ho voluto mettere a fuoco, attraverso quella che è la mia esperienza di interprete e di autrice, le caratteristiche indispensabili che una persona che vuole fare arte deve avere, provando a smontare alcuni luoghi comuni in cui si cade spesso. Si tratta in realtà di concetti che ripeto costantemente ai miei alunni, ogni volta con sfumature diverse, perché nella ripetizione ci sono tante benedizioni sia per chi ascolta sia per chi ripete.

Il Podcast riflette anche sui diversi livelli della tecnica artistica (nel mio caso mi concentro sulla lettura espressiva), dal livello più esteriore fino a tutto il lavoro invisibile che viene prima, non meno tecnico e soprattutto indispensabile! Avete presente quell’affermazione che spesso si sente fare da chi non è del mestiere: “ma cosa sarà mai? È uno spettacolo di un’oretta!”. La risposta più spontanea che verrebbe da dare è : allora prova a farlo tu!

Ma quindi qual è la risposta alla domanda “Il teatro è per tutti?” ..:

sì e no allo stesso tempo! Dipende! Ma come è possibile? Non vi anticipo nulla.

Mi piacerebbe che tutti coloro che ascolteranno il podcast possano poi scrivermi per farmi sapere le loro opinioni, le loro esperienze, organizzeremo delle dirette Facebook per scambiarci i punti di vista! La notizia dell’uscita del podcast sarà data qui e sui miei canali social. Vi aspetto dunque, a prestissimo!

Un coro per leggere un luogo per vivere

Intravedendo una possibilità di esperienza in presenza con i lettori che mi hanno seguita per molto tempo online ho proposto una nuova fase di lavoro. Si tratta di un piccolo percorso dedicato alla “lettura corale e scenica”, dove la parte scenica è principalmente legata alla parte di lavoro dal vivo mentre nella modalità online è possibile indagare sull’aspetto della coralità.

Un luogo per creare insieme

Un ascolto moltiplicato e potenziato:

leggere in gruppo è un esercizio di ascolto ai massimi livelli, dove sono chiamato (è quasi una chiamata che viene da un altrove) a saper sentire, percepire e vivere un evento che accade insieme ad altri. Una volta stabiliti i confini del gioco comune ecco che ogni sera, ad ogni lettura, potrò sentire me stesso, il mio corpo, le presenze altrui davvero e fino in fondo, accogliendo i cambiamenti inevitabili di situazione e ambiente, di pubblico e di stato d’animo che per forza mi raggiungono e mi cambiano un po’; sono chiamato a farlo in sincrono, in armonia con tutte le altre persone in coro con me. O si va tutti insieme nelle medesima direzione o si rischia di rompere il gioco e di uscire dalla bolla.

Come tutti i giochi, nonostante le regole e le intenzioni, non è detto che riesca per forza. Si sa che a volerlo far andar bene ad ogni costo, si ottiene solo che poi i compagni si stancano prima. I giochi meglio riusciti sono quelli in cui, ad un certo punto, come un flusso d’acqua morbido, il divertimento prende il sopravvento, i sensi del corpo si attivano e cominciamo a credere che il gioco sia vero, il corpo partecipa, la mente è vigile ma non giudica.

Quali sono i rischi di una presenza senza connessione reale? Una presenza/assenza, in cui il mio corpo diventa un goffo intralcio che disturba, e ci sembra di diventare giganti, e che tutti ci vedano, anzi vedano la nostra bruttezza, il nostro disagio. Ma poi, anche per questo c’è una soluzione. Accendiamo una luce nelle stanze del bambino in castigo, tendiamogli una mano ed invitiamolo a giocare.

E’ vero anche che può succedere il contrario ed erroneamente credere di essere l’unica luce degna di brillare in mezzo alle altre. Si tratta sempre di presenza/assenza e forse i giochi di squadra non fanno per noi ma mi permetto di insistere, anche in questo caso, di provare a controllare se da qualche parte c’è un bambino in castigo da invitare a giocare.

Religione o Cultura? Incontro con il professor Galaye Ndiaye

Qualche tempo fa ho avuto l’incarico di tradurre dal francese, durante una conferenza, un discorso del professor Galaye Ndiaye, teologo musulmano, dal titolo “come tradurre la cultura di appartenenza al servizio dell’islam senza snaturare la propria origine”.

Ma chi è questo professore e in quale contesto ci siamo incontrati? Intanto si tratta di un sapiente di origini senegalesi, filosofo, scrittore e teologo che vive a Bruxelles, probabilmente l’imam più importante di tutto il Belgio. Il professore non nasconde la sua profonda ammirazione per Ahmadou Bamba  il fondatore della confraternita sufi dei Mourides, molto presente nell’Africa occidentale . Il nostro incontro virtuale è avvenuto durante un evento internazionale dedicato proprio al muridismo ed aperto non solo ai senegalesi (paese natio di Ahmadou Bamba) ma a tutti gli interessati, di qualsiasi nazionalità. La conferenza, organizzata dall’Associazione Islamica Ansar, è stata tradotta in quattro lingue, italiano, inglese, francese e wolof.

Ho avuto dunque il piacere di tradurre l’intervento del professore dal francese all’italiano e fin da subito mi sono resa conto di quanto fosse meritevole di essere il più possibile diffuso per la sua profondità e l’approccio così diverso nei confronti del dialogo interreligioso rispetto a quello che abitualmente ci viene rifilato dai media. In generale, tutto l’evento è stato caratterizzato da contenuti importanti trattati con delle argomentazioni di carattere molto diverso a quelle che siamo abituati a sentire per esempio nei dibattiti televisivi.

Il professor Galaye Ndiaye, uomo simpaticissimo e solare, ha voluto riflettere sull’importanza di differenziare cultura e religione. Riporto un breve riassunto del suo discorso.

L’Islam non rigetta alcuna cultura, al contrario abbraccia tutte le culture nella misura in cui siano in linea con i precetti islamici, traducibili ovviamente nel contesto di appartenenza.
Nel Corano stesso si raccomanda di seguire la tradizione.
Anche nel fondamento del Diritto Islamico, il Fiqh c’è un capitolo dedicato a Al Urf ovvero la tradizione.

Nel mondo le diverse popolazioni ricevono il messaggio islamico filtrato dalla propria cultura : come riceve l’Islam un pakistano ha sfumature diverse da come lo riceve un asiatico, o un africano, oppure un italiano.
Non si parla ovviamente di diversità di principi fondamentali ma di modalità nella pratica.
L’islam si adatta ed è una religione potenzialmente per tutti i luoghi e per qualsiasi provenienza, per neri, bianchi, gialli.

Ogni costume, se non è in contraddizione con i Valori Universali può essere introdotto.
Il professore porta un esempio a partire dal profeta Mohammed (Saw).
Egli era circondato dai Sahaba, ovvero i compagni, che avevano diverse origini, Abu Bakr era arabo, Bilal era dell’Abissinia, tutti vivevano al suo fianco ed ognuno di loro ha apportato la sua personale pietra nella costruzione dell’Islam.
Durante una battaglia Mohammed (saw) lasciò da parte un suo personale parere per dare ascolto ad un compagno proveniente da un’altra tradizione.
E ancora, Mohammed (Saw) portava un mantello non arabo.

Poi il professore si rivolge ai numerosi fedeli musulmani e in particolare ai talibé di Cheikh Ahmadou Bamba.


“Aderire al Muridismo (confraternita islamica fondata da Cheikh Ahmadou Bamba) non vuol dire per forza adeguarsi allo stile senegalese.
Ciò che conta sono i principi:
i murid (ovvero i seguaci del muridismo) di tutto il mondo sono caratterizzati dall’amore per il lavoro, la buona condotta, il rispetto accordato agli shuyuk (capi) religiosi.
Il Murid (dall’arabo: discepolo, seguace) è uno studente permanente, diffonde il sapere e lo mette in pratica, il sapere si traduce in una condotta, in un modo di fare.
Per quanto riguarda Cheikh Ahmadou Bamba, Egli non ha seguito la cultura araba ma ha cercato lui stesso una sua armonizzazione dell’islam a partire dalla sua cultura di appartenenza.

Ci sono alcune espressioni che vengono collegate all’islam e al muridismo e che sono più che altro delle caratterizzazioni generiche.
Si tende a collegare l’Islam al mondo arabo: Islam/arabità mentre il muridismo alla “baualità” (la regione del Baol in Senegal è la regione in cui è nato il muridismo).


Il professore stesso dice “io stesso mi sono presentato alla conferenza vestito da marocchino, proprio per mostrare la pertinenza di questo argomento! Invito gli italiani musulmani presenti a inventare e creare uno stile personale italiano musulmano, frutto delle nuove generazione di musulmani italiani, ben integrato nella cultura italiana, laddove i principi della cultura stessa sono in linea con i precetti dell’islam.

In poche parole, facendo un esempio molto banale, ha esortato gli italiani a cercare un abbigliamento che non imiti i senegalesi o gli arabi ma che sia una sintesi creativa della propria identità.

Ho voluto riportare qui questo breve riassunto per contribuire come posso ad un vero incontro e scambio, mostrando il volto nascosto di chi lavora, senza la potenza economica e lo strombazzamento dei media, per la pace ed il dialogo.

Accompagnare altri sguardi

Prima che io possa aiutarti a far fiorire il tuo sguardo, chiediti se ne possiedi uno.

E’ iniziato in sordina, come un esperimento e infine mi ha accompagnato per molti mesi; si è trattato di un incontro a tutti gli effetti, anche se attraverso gli schermi dei nostri computer, per lavorare sulla parola e la lettura annullando le distanze geografiche, emotive, mentali. Un percorso collettivo verso e attraverso la parola che, protagonista, ha potuto prendere vita nella lettura ad alta voce, all’inizio timida, a volte un po’ stonata, e poi via via sempre più elegante, dignitosa, originale, personale.

“La voce è un’identità sonora della persona che attraverso il tono, la risonanza, l’energia e l’espressività, permette all’individuo di manifestarsi nell’ambiente circostante” (Pearce 2005).

E come uno stile nel vestirsi racconta chi siamo e come ci vogliamo mostrare al mondo, così anche come parliamo e come usiamo la nostra voce racconta molto rispetto a quanto abbiamo da comunicare. Anche quando ci apprestiamo a leggere in modo espressivo un testo possiamo mettervi una firma personale, che renda unica la nostra interpretazione.

Per fare questo è necessaria la disponibilità a guardare dentro di noi, a chiederci qual è il motivo reale per cui leggiamo ad alta voce, per cui desideriamo leggere per qualcun altro, per cui desideriamo che qualcun altro ci ascolti.

Riusciremo così a creare una connessione sincera tra il nostro bisogno e la parola scritta e potremo scoprire poco alla volta dove ci condurrà questa ricerca, quanto abbiamo da dire, quanto siamo disposti ad andare oltre ciò che già sappiamo di noi,

a fare tabula rasa delle nostre certezze, a fare un salto là dove non siamo mai stati, in quelle che ci possono sembrare delle sabbie mobili emotive .

Non solo questo ci permetterà di mettere in discussione il modo abituale che abbiamo di leggere ma anche la nostra attitudine nell’avvicinarci al testo per comprenderlo, incontrarlo, scoprirlo. Una volta percepito davvero il legame tra la parola, il nostro corpo e il mondo circostante, potremo scegliere finalmente che forma dare alla nostra lettura. Non è questo un processo che avviene in maniera del tutto cosciente soprattutto all’inizio, per fortuna. Perché altrimenti il lettore si spaventerebbe e getterebbe la spugna ancora prima di iniziare.

Ed è ecco che con il giusto allenamento all’ascolto ed alla ricerca iniziano ad emergere in noi nuovi sguardi sul mondo, inaspettati, originali.

Ho provato io stessa ad ascoltare quello che ogni persona portava durante il lavoro, ho cercato di entrare in punta di piedi nel mondo ricchissimo di ognuno, con il tentativo di farlo emergere, senza snaturarlo . Ho voluto ripetere che una bella lettura non si crea solo in quel nostro breve incontro ma in tutto il resto del tempo in cui si è impegnati a vivere.

Possiamo dire a tutti gli effetti che questa ricerca ha la medesima radice della ricerca creativa più in generale, che si trova in tutte le espressioni d’arte sincere.

Prima che io possa aiutarti a far fiorire i tuoi sguardi, chiediti se ne possiedi uno. Esso accompagnerà sempre la vibrazione delle tue parole rendendole uniche.

Il testo che ha aperto la strada al lavoro è stato “Nozze di sangue” di Garcia Lorca. Una storia fatta di personaggi sanguigni, violenti, intensi, vittime di un grande meccanismo sociale al quale non riescono a ribellarsi.

Ogni lettore ha provato a ricercare tutti i personaggi della storia dentro il proprio vissuto e il non vissuto, partendo da parti inesplorate di sé, per darli poi alla luce e dar loro una voce.

Ne è uscito uno sguardo collettivo finale formato

da tanti preziosi sguardi. La lettura ha unito perciò in una forma finale la molteplicità dei sentire, facendoli passare tutti attraverso la stessa cruna dell’ago, uniformandoli, rispettosi di una verità comune. Eppure se prendessimo un microscopio riconosceremmo dentro ogni interpretazione uguale all’altra le parti originali, i colori unici che formano la sfumatura finale di ogni parola, che rendono il lettore riconoscibile e più o meno credibile.

Ecco alcuni “sentire”, alcuni “sguardi” su questo testo, sulla sua natura, dove per raccontarlo la razionalità tace e parla l’inconscio, che non ha bisogno di troppe giustificazioni. Punti di partenza, àncore creative, descrizioni fissate in un’immagine da cui ogni lettore è partito per raggiungere poi l’amalgama della lettura finale.

Prima di chiedermi di guidarti chiediti quanto sei disposto a vedere…

La curatrice in musica

ovvero dell’impossibilità contemporanea di viversi al di fuori di schemi prestabiliti

Il lavoro, la professione, il titolo di studi oggigiorno hanno la pretesa di raccontare interamente chi siamo. Ma come me, moltissime persone non sentono di poter essere ingabbiate in qualche categoria limitante e rischiano così di non poter essere inserite in alcuna categoria che le contenga.

In realtà nessun essere umano è costruito a scomparti rigidi bensì molte parti apparentemente diverse tra loro possono comunicare; anzi è proprio attraverso le combinazioni delle parti e quanto queste parti sono in relazione tra loro che si crea la specificità di ognuno di noi.

Ci sono stati dei momenti storici, in latitudini diverse, in cui esistevano delle specifiche figure, professionali a tutti gli effetti e socialmente riconosciute che mettevano al servizio della propria missione lavorativa qualità diverse. Andiamo a vedere il ruolo della musica e del teatro, dell’arte, e la sua funzione di “curatrice di anime”. In molte occasioni infatti spesso chi si occupava di musica e teatro non era “solo” un performer che sul palcoscenico recitava una parte, più o meno consona alla realizzazione del suo ego. Esistevano artisti che a tutti gli effetti si occupavano di “curare” il mondo in cui vivevano.

Nell’antica Grecia la musica e la medicina erano sorelle.

” Per gli antichi Greci, ispirati principalmente da Pitagora, gli elementi di base della musica, come il ritmo, la melodia, la proporzione di acuti e gravi, di alti e bassi, hanno i loro equivalenti nell’animo umano: la musica giusta può condurre l’anima all’ordine e all’integrazione, mentre quella sbagliata alla confusione. Nell’epoca romana, Cicerone, seguendo la tradizione di Pitagora, affermò che ad ogni emozione corrisponde un suono vocale. Più tardi, nel rinascimento, i compositori ipotizzarono una corrispondenza tra le qualità vocali e i 4 elementi: la terra corrispondeva ai toni bassi, l’acqua al tenore, gli alti all’aria e il soprano al fuoco. Inoltre, seguendo la filosofia di Ippocrate, secondo la quale ognuno dei 4 elementi corrispondeva ai 4 umori del corpo umano (sangue, flemma, bile gialla e bile nera), il bilanciamento degli elementi doveva guidare ad un buon funzionamento dell’organismo, per questo la musica e il canto venivano composti per creare combinazioni proporzionate e armoniche dei quattro timbri vocali in modo da produrre un analogo equilibrio nel corpo umano.”

La musica ed il teatro avevano un ruolo sociale di cura su più piani, importantissimo.

“Durante gli anni oscuri dell’alto medioevo che seguirono la caduta dell’impero romano nell’Europa occidentale nel sesto secolo d.c., i suonatori solitari vagavano attraverso i paesi cantando e raccontando le loro storie con l’aiuto della musica, diventando una parte importante della cultura europea. I più conosciuti sono i trovatori, nati nel sud della Francia tra il dodicesimo e il quattordicesimo secolo, tipiche figure romantiche della loro epoca. In molte culture e in molti momenti storici sono presenti queste figure girovaghe che mantengono vivi miti, misteri, tradizioni religiose attraverso l’espressione orale e il canto, e in molti casi questa figura era anche un guaritore . Il termine più comunemente usato era bardo, che oggi viene visto come un puro intrattenitore, ma deriva da una tradizione sciamanica dove conoscenza mistica dei miti e rituali di guarigione si combinano con capacità artistiche di canto e recitazione in un’unica persona. Originariamente questi cantori curavano il corpo e la mente con la medicina della musica…”

(Psicologia della voce e del canto di Francesca Galvani)

Quanto si sente la mancanza oggi di questi cantori, attori, curatori, coscienza collettiva, che fuori dai palcoscenici abbiano la possibilità di entrare nelle case, nei cortili, in mezzo alle comunità, con questo ruolo di cura, di relazione con il piano del corpo, della mente e dell’anima? e che per il ruolo importante che rivestono si vedano riconosciuta a livello sociale anche la possibilità di sviluppare e far crescere le proprie doti e la propria conoscenza? Un artista che possa dedicare la propria vita alla missione dell’arte come vocazione, che possa coltivare la sua ispirazione per creare luoghi di nutrimento ? Non è forse vero che oggi l’artista ha perso questa possibilità a discapito di una società più sana?E come la maggior parte delle persone si ritrova ingabbiato in un ruolo limitante e limitato che limita ed ingabbia la costruzione dell’intera società in cui viviamo.

E ancora, non sarebbe bello che in tutti i settori smettessimo di organizzarci attraverso etichette e cominciassimo ad autodefinirci come sintesi creativa delle nostre qualità?

Utopia forse, ma un cambio di direzione è necessario.

il corpo e la parola

Hisilicon Balong

Tutto ciò che dimora in noi, come esperienze, emozioni, ricordi, abitudini, trova una forma nel nostro corpo e si esprime poi attraverso innumerevoli canali fisici: quello che “entra” in noi dall’ esterno si trasforma in un modo di essere, di muoverci, di parlare, di respirare, nel nostro aspetto esteriore.

Questa eredità preziosa che portiamo con noi è un bagaglio immenso e vivo ed è il faro che guida l’artista. La consapevolezza dei nostri strumenti espressivi è un primo e fondamentale passo verso la creazione consapevole.

Per raggiungere però questa consapevolezza è fondamentale disfarsi di quei meccanismi automatici che creano l’abitudine e che sono talmente radicati in noi da non permetterci di scoprire e creare qualcosa di nuovo.

Proviamo ad applicare questo atteggiamento di ricerca alla lettura ad alta voce:

quando leggiamo per noi stessi, le parole ci raggiungono, ci emozionano, ci cambiano…come riuscire a trasformare, nel momento in cui proverò a leggere a voce alta, questo processo interiore in un’azione condivisa e condivisibile, ricca di tutte quelle sfumature che percepisco dentro di me e che mi appartengono? Andiamo per prima cosa ad osservare i nostri automatismi: proviamo a mettere in discussione il nostro modo di respirare ad esempio. Osserviamo come il respiro cambia concretamente il suono delle nostre parole. Ascoltiamo poi la musicalità delle nostre frasi: esattamente come per il respiro, la musicalità delle parole è per la maggior parte di tutti noi, il risultato di una lettura non consapevole che ho praticato per anni. Proviamo a cambiare questa musicalità ed osserviamo come un suono diverso nel pronunciare, anche inizialmente provato senza un’idea troppo chiara e precisa, agirà sulle mie emozioni del momento. Potrò scoprire nuove sfumature emotive che una lettura nella mente o una lettura schiava di uno schema preconfezionato non mi permetteva di trovare.

Prima di creare dunque è necessario mettere fisicamente in discussione alcune certezze e non andare a costruire “appiccicando” forme su altre forme. Per fare questo è fondamentale provare ad ascoltarsi, mettersi in discussione, lasciare che il nostro corpo possa farsi sentire. A volte ciò si traduce in sensazioni forti: il cuore che comincia a battere più velocemente, la voce che cambia, le lacrime che scendono, le mani che tremano. Se ciò accade significa che sto permettendo al mio corpo di esistere. Ho dato il via ad un processo di consapevolezza, di trasformazione, di creazione, di originalità.

Un viaggio non è per tutti!

10 dicembre 2020- giornata internazionale per i Diritti Umani…

Vorrei poter pensare che viaggiare faccia parte di quei diritti concessi a tutti. Il diritto a conoscere, scoprire, cambiare luogo, paese, cercare lavoro…

Ma sappiamo che non è così.

Ho sperimentato in prima persona come un medesimo tratto di strada percorso da nord a sud piuttosto che da sud a nord possa rappresentare un’esperienza di viaggio incredibilmente diversa.

Quando ho deciso di andare in Senegal è stato tutto sommato semplice…mi è bastato pagare un biglietto aereo neanche troppo caro e in 5 ore sono arrivata dall’altra parte del mondo! Nessuno mi ha chiesto quanti soldi avessi in banca o se avessi un lavoro. Per mio marito invece che ha percorso gli stessi chilometri ma al contrario, non è stato così semplice…

Dice l’Articolo 16 della Costituzione Italiana:

Art. 16 Cost.: «Ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale, salvo le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità o di sicurezza. Nessuna restrizione può essere determinata da ragioni politiche. • Ogni cittadino è libero di uscire dal territorio della Repubblica e di rientrarvi, salvo gli obblighi di legge».

Da quando nasciamo diamo per scontato il fatto che viaggiare sia un nostro diritto.

Eppure ci sono posti come il Senegal in cui viaggiare oggi significa prevalentemente una cosa: emigrare, rischiare la vita, lasciare la propria famiglia.

E nel passato? Per molti africani viaggiare era sinonimo di schiavitù.

Viaggiare.

Da ragazza ci pensavo sempre a quanto fosse bello viaggiare….e quanti viaggi ho potuto affrontare! I giovani in Senegal non hanno il permesso di uscire dall’Africa e molto probabilmente non hanno neppure i soldi per uscire dal Senegal. Per uscire dall’Africa dovrebbero ottenere un visto ma la loro condizione di partenza, unita ad altre questioni burocratiche rendono la cosa molto difficile se non impossibile, tant’è che poi molti di essi si mettono in mare rischiando la vita.

Non hanno la possibilità di dire… vado a fare una vacanza studio.

Dire… ciao mamma ciao papà mi porto il pigiama bello per dormire.

Sapete perché in America, nei film americani ci sono tutti questi uomini e donne neri così belli e fisicamente forti? Non perchè sono andati lì in vacanza e ci sono restati. Non perchè esistano solo africani alti e forti. No. Perchè sono stati selezionati fisicamente nel corso dei secoli attraverso la schiavitù.

E a proposito di schiavitù….andiamo per un momento a Dakar

A soli 3 km da Dakar, c’è un’isoletta che si chiama Isola di Goreè ed è una meta turistica.

Ecco cosa riporta il web a proposito di quest’isola.

“Dichiarata sito di grande interesse storico e patrimonio dell’Umanità dall’Unesco nel 1978, l’isola di Gorèe, che è stata governata in momenti diversi da portoghesi, olandesi, inglesi e francesi,ha rappresentato, per chi l’ha attraversata in catene fin dal lontano 1536,“la porta per l’inferno” della schiavitù.Gorèe, infatti, per oltre 300 anni, fino al 1848, anno dell’abolizione della schiavitù, è stata il punto di partenza per milioni di uomini e donne africane, che venivano strappati dalla loro terra, per essere inviati oltreoceano, a bordo di imbarcazioni portoghesi, spagnole e francesi, per lavorare nei campi di cotone, di canna da zucchero o di caffè in America del Sud e nelle isole dei Caraibi. Camminando tra le stradine caratteristiche, dai colori vivaci, dell’isola, si percepisce subito l’influenza della dominazione francese. Uno di questi vicoli conduce direttamente alla “Maison des Esclaves” ovvero la Casa Degli Schiavi, una vecchia residenza privata dove gli schiavi venivano tenuti prigionieri, in attesa di essere venduti. Il simbolo più forte, significativo e triste di questa residenza è rappresentato dalla “porta del non ritorno”, che si apre sull’Oceano Atlantico, e che conduceva gli schiavi africani direttamente a bordo delle navi per essere poi trasportati oltreoceano, senza avere più la possibilità di fare ritorno in patria.”

E quelli che non avevano le caratteristiche fisiche per essere imbarcati?

Diventavano un buon pasto per gli squali, in quanto merce avariata…

“Non esistono dati univoci sul numero di schiavi passati effettivamente da questa porta. Si parla di un numero che va da diversi milioni a decine di migliaia. Di certo c’è un detto secondo il quale gli Stati Uniti sarebbero nati proprio sull’isola di Gorèe, perché è impossibile pensare alla storia americana senza gli schiavi. “

Qualche anno fa ho scritto uno spettacolo dal titolo “Milano -Dakar” (senza passare per Parigi). Il mio obiettivo era quello di raccontare, condividere, far pensare….

Voglio condividere questo pezzetto di testo: a parlare è un emigrante tornato al suo Paese dopo molti anni. Perché parlarvi ora di lui? Perché mi è piaciuto pensare ad un parallelismo tra l’emigrazione e la schiavitù…

queste le parole che rivolge alla moglie:

Esiste una porta sull’isola di Gorè a Dakar, che dà sul mare: si chiama “ la porta dell’andata senza ritorno”. Una porta che è un capolavoro: un corridoio buio e poi la luce! Una meravigliosa luce e mare. La attraversavano gli uomini fatti schiavi per salire sulle navi, sapendo che non sarebbero mai più tornati a casa, nella loro terra.

Solo adesso ho capito, amore, che non sarei mai dovuto partire, ma forse per te è meglio così, nostro figlio ha i soldi per studiare , dei vestiti e una casa.

Solo adesso ho capito mia cara, che in fondo quella porta l’ho attraversata anch’io, sì… perché ora che sono tornato a casa

la mattina quando mi alzo, mi guardo intorno, guardo te e nostro figlio, guardo mia madre e i miei fratelli, e mi accorgo che nemmeno questa è ormai più casa mia, e capisco di essere diventato uno straniero anche qui …solo adesso mi rendo conto di essere partito e di non aver mai più fatto ritorno.

Solo qualche settimana fa ho saputo tramite amici senegalesi che c’è stato un picco di partenze da Mbour, il quartiere dei pescatori. Un picco di partenze…di tentativi disperati di viaggio, con delle piroghe in legno e da lì nel mare aperto fino in Spagna. Età? Qualsiasi.

Non voglio fermarmi a pensare come deve essere nera la notte in mezzo al mare, va oltre le mie possibilità di immaginazione. Sono troppo “bianca” per potermi anche solo avvicinare alle sensazioni fisiche ed emotive. Sono un’attrice è vero, ma potrei immedesimarmi forse, solo per gioco…

C’è purtroppo un’idea in Africa, in Senegal…quella che l’Europa sia una specie di paradiso per cui valga la pena rischiare la vita, o forse semplicemente a molte persone basta il pensiero di poter avere qualche sicurezza in più, qualche cura in più garantita, una vita più dignitosa. Spesso questo rischiare la vita si trasforma nell’incontro con una realtà molto diversa da quella immaginata. Perché sappiamo bene che i soldi non sono sufficienti ad offrire una condizione di pace e serenità. Perché sappiamo bene come oggi la nostra società sia malata di stress, solitudine, individualismo, paura della morte. Tutti concetti ai quali un africano non è abituato e che se è vero che potrà magari trovare un lavoro migliore, è vero anche che dovrà pagarlo a prezzo del suo benessere.

Condivido un altro estratto del mio spettacolo in cui due donne, una occidentale e una senegalese si incontrano.

Fatou, questa mattina siamo andate al mercato insieme. C’era tanta gente che mi guardava, mi parlava, cantava e ballava per me e mi faceva domande, i bambini mi toccavano.

C’erano tante cose al mercato, vestiti, scarpe, capelli finti, spezie, cose da mangiare. Abbiamo comprato una coda di una mucca appese in mezzo alle mosche che tu hai cucinato con amore e cura per il pranzo insieme. E dopo mi hai raccontato della tua casa, di tuo marito e dei tuoi segreti di bellezza.

Eri bella, eri colorata come un fiore e mi sorridevi, guardavi i miei vestiti forse pensavi ai miei soldi, alla mia auto, alla mia Italia così vicina a me, così lontana. Fatou, non posso portarti in Italia con me e ho solo pochi soldi, quelli di questo viaggio. È la verità e tu i documenti per venirci da sola, probabilmente non li avrai mai. Tieni la mia camicia e tu fammi le treccine, sorella.

Ridi, sorridi, vivi e come niente, muori. Sì, proprio così, come niente muori. Non è forse così anche per noi?no, per noi non è così, noi non moriamo mai, o se moriamo, moriamo di nascosto,ma accompagnati da una lunga agonia e un funerale che dura un soffio.

Perchè mi hai abbandonato mamma, mamma Africa perchè, donna meravigliosa?

C’è una profezia di Leonardo da Vinci che dice:

tutti si parleranno, toccheranno e abbracceranno nonostante siano in un emisfero diverso, comprendendo le loro rispettive lingue.

Non ho qui la pretesa di entrare nei meccanismi socio-politici che determinano questa situazione ma ho voluto solo raccontarvi un’esperienza, partendo dal fatto che prima di essere italiani europei o africani, senegalesi ecc…siamo tutti persone, appartenenti alla stessa razza, quella umana. L’incontro sincero, la conoscenza è l’unica strada per abbattere i pregiudizi e capirci profondamente. La vita mi ha chiamata ad essere a metà tra due mondi e sperimento ogni giorno la difficoltà di questa profonda comprensione reciproca ma anche la sua grande ricchezza .

Benedici questo popolo
e con lui i popoli d’Europa, tutti i popoli
d’Asia, tutti i popoli d’Africa e tutti i popoli
d”America che sudano sangue e sofferenze.
E in mezzo a questa miriade di onde, vedi le teste
agitate del mio popolo.
E fa’ che le loro mani calde stringano la terra
con una cintura di mani fraterne
sotto l’arcobaleno della tua pace.  (Sedar Sengor)

Il potere della parola d’autore come resistenza e guarigione.

In questi mesi le pratiche del teatro, del canto, della lettura espressiva sono state fortemente penalizzate. Tuttavia voglio farti sapere che intorno a me si è creato un meraviglioso giardino fiorito profumato di parole. Attraverso i corsi di lettura online “Tra i meandri delle parole” ho incontrato molte persone amanti della lettura e della scrittura che hanno lavorato insieme, hanno ricercato, scambiato energia, idee, creatività, si sono scoperte e conosciute, hanno progettato insieme. Hanno scaldato i momenti difficili. Vista la ricchezza che ho avuto il piacere di scoprire, ho deciso che vale la pena di rendere permanente la proposta di corso online. Avremo così  la possibilità di coltivare sempre il nostro tempo da dedicare al bello e al benessere dell’anima e contrastare,  contattando il grande patrimonio letterario e poetico che ci circonda,  tutta la negatività anche verbale nella quale di questi tempi siamo immersi.
In breve funzionerà così: il corso di lettura online è sempre disponibile.


-Potrai partecipare al corso base in qualsiasi momento. Il corso base è formato da cinque appuntamenti online di un’ora ciascuno. Ti presenterò il mio personale approccio all’arte della lettura espressiva dandoti alcuni strumenti di base per imparare a dar vita alle parole attraverso la tua voce. Per poter partire ci vogliono almeno tre persone, cinque al massimo. Puoi scrivermi per prenotarti se sei da solo oppure se sei un piccolo gruppo.
-Potrai accedere al corso avanzato: dopo aver partecipato al corso base. Il corso avanzato è costituito da sei incontri di un’ora ed è riservato a chi abbia frequentato il corso base. Può essere frequentato in qualsiasi momento. Sarà personalizzato da me in base ai partecipanti.